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HO CORSO A TOKYO (di Lolo Tiozzo)
08 Maggio 2009

Sono stato a Tokyo con un gruppetto di 14 runners, un successo inaspettato, per tutti sono state giornate di grande entusiasmo, nessun inconveniente e il grande fascino di essere in un posto del quale non abbiamo memoria.
Il prossimo anno la maratona si terrá il 28 febbraio, data forse piú inclemente come clima ma vi assicuro che non rimarrete delusi.
Hotel  a due passi dalla partenza,  ampie camere,  con ottime colazioni (giapponesi, americane, cinesi o altro), la fortuna di avere una amica/guida che ci ha assistito durante tutto il soggiorno con  ottimi ristoranti   (sushi&sashimi al fish market alle 9 del mattino  o tempura, shabu-shabu e per alcuni anche il famoso manzo di Kobe))  e  interessanti  visite, ma soprattutto una guida che ci ha fatto girare Tokyo come un'amica che ti prende per mano.
Ho tagliato il traguardo, nonostante un problema al gemello destro, con un tempo alto che mi ha permesso peró di apprezzare ancora di piú l' ottima organizazione. 
La maratona é veloce, il terreno liscio, i ristori eccellenti, pubblico ovunque anche per i piú lenti, simpatia e sorrisi lungo tutto il percorso.
Il numero dei partecipanti (oltre 30.000) la porta ad essere una delle piú numerose, pochissimi europei per un evento che penso soddisfi anche i palati piú esigenti.
Credo che nel palmares di ogni runner oltre New York, Londra, Berlino e Parigi debba anche esserci la Maratona del Sol Levante.
Lolo Tiozzo


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MARATONA DI TEL AVIV (di Lolo Tiozzo)
08 Maggio 2009

E' stato il mio quarto viaggio in Israele in poco piú di un anno e sempre ne ritorno affascinato.
Questo é un invito a partecipare il prossimo anno ad una maratona unica, completamente piana, con partenza e arrivo sul mare, ristori efficienti e un clima dolce.
Non l' ho corsa ma l' ho seguita tutta in bicicletta, i partecipanti alla maratona erano oltre 1.000 con partenza alle 06.45 e dopo 15 minuti sono partiti i foltissimi gruppi dei 5 e 10 km per un totale di 10.000 partecipanti.
La corsa si snoda per le strade della "White City", l'atmosfera é "amazing" ma soprattutto era la celebrazione del centenario di Tel Aviv.
La partenza é   dal Charles Clore Park, il percorso attraversa le maggiori strade di Tel Aviv: la bellissima Rothschild Avenue (costurita nel 1909) con i suoi stupendi palazzi stile Bauhaus,  la Allenby Street e  per  gran parte  é una  passeggiata sul mare.
La prossima edizione  ci sará   in aprile e spero  di essere allo start con un buon gruppetto di italiani.
Saranno due i programmi per il 2010, il primo un solo soggiorno a Tel Aviv con partecipazione alla Maratona della Pace (10 km da Betlemme-Gerusalemme) e un secondo con un tour completo in Israele  che comprenderá Gerusalemme,il Mar Morto, il parco di Ein Ghedi e Massada.
Lolo Tiozzo


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MARATONA DI BOSTON - TRAGUARDO RAGGIUNTO (di Ovunque Running)
27 Aprile 2009

Rientrati dalla trasferta a Boston.
Anche questa medaglia è stata portata a casa.
Grazie a tutti i partecipanti di aver corso e viaggiato con Ovunque Running! Ci vediamo il 19 aprile 2010 per la 114^ edizione. Aspettiamo i vostri commenti, suggerimenti, immagini!


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MARATONA DI LONDRA 2009 - TRAGUARDO RAGGIUNTO (di Ovunque Running)
27 Aprile 2009

E' andata anche Londra!
Grande soddisfazione, tempo spettacolare e percorso meraviglioso, as usual.
Grazie a tutti i nostri clienti che con il solito entusiasmo hanno preso parte a questa maratona per pochi fortunati.
Aspettiamo i vostri commenti, suggerimenti, immagini!!

La prossima edizione della London maratona si correrà il 25 aprile 2010 e si chiamerà Virgin London Marathon. Presto verranno aperte le preiscrizioni per la nuova edizione. Per essere sempre informato inscriviti alla nostra newsletter.
Keep in touch!


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DA SALICETA A TOKYO (di Lea e Luca)
31 Marzo 2009

Tokyo... cosa dire?
Per molti versi è come si può pensare. Una vera gigalopoli, i cui grattacieli si estendono per svariati chilometri quadrati. Organizzatissima, sotto tutti i punti di vista. Unica pecca: pochissime persone parlano inglese, anche se compensano con la loro gentilezza (abbiamo fermato svariate persone nella settimana in cui siamo rimasti, hanno sempre tutte provato ad aiutarci, alle volte fallendo, ma in ogni caso provandoci...).

L'arrivo all'aeroporto di Narita (aeroporto internazionale di Tokyo) va raccontato perchè rende bene l'idea di come questo popolo sia inquadrato e del perchè tutto funzioni a meraviglia. Siamo atterrati a Narita intorno alle 17 e alle ore 17.20 avevamo già ritirato i bagagli...vicino all'uscita (distanza dal nastro bagagli massimo 50 mt) c'era il banco per acquistare i biglietti di airport limousine, un bus che in un'ora e trenta ti porta alla stazione centrale di tokyo da cui prendere metro per albergo.
Noi abbiamo preso il biglietto per l'autobus delle 17,45 (ce n'era uno prima, alle 17,35, ma sapendo come funzionano le cose in Italia...magari l'autobus era lontanissimo e volevamo stare sul sicuro). In realtà la piattaforma dell'autobus era a non più di altri 50 metri e il ragazzo che ritirava i bagagli, vedendoci con il biglietto dell'autobus delle 17,45, ci ha preso i biglietti, è andato al banco dentro per cambiarceli con quelli delle 17.35, è tornato da noi scusandoci per averci fatto attendere e ci ha fatto salire...
NO COMMENT! Vi immaginate i giapponesi quando atterrano a Milano Malpensa???

Per quello che riguarda le cose serie...tipo Maratona...organizzazione splendida: genere New York con vari camioncini che ritirano i bagagli dove NON C'ERA FILA e gli addetti (almeno 12 per pulmino) appoggiavano delicatamente e ordinatamente il tuo sacco in modo che non si rovinasse troppo.
La partenza è un po' più complessa perchè si parte su un solo livello (le persone sono almeno 30.000) in una strada abbastanza stretta e che fa anche una curva quindi noi che partivamo dal fondo (visti i brillanti risultati agonistici che ci appartengono) ci abbiamo messo 13/14 minuti prima di arrivare allo start, ma è stato comunque interessante perchè ci sono dei personaggi incredibili che partecipano a questa maratona...veramente fuori come dei coppi!
Il percorso della maratona l'abbiamo trovato un po' duro perchè ben 2 volte si fa un percorso andata-ritorno di circa 10-12 km (quindi quando ti giri per tornare indietro sai perfettamente quanta strada ti aspetta...) e, soprattutto, gli ultimi chilometri hanno due o tre cavalcavia (che servono per attraversare il mare e giungere sull'isola in cui c'è l'arrivo) abbastanza ripidi, soprattutto se corsi, come quella mattina, con un vento contrario fastidiosissimo!
L'arrivo è organizzato bene accanto al capannone della fiera, in cui vengono riconsegnate le borse, e ci sono bagni, docce, e addirittura la possibilità di fare massaggi.

Per quello che riguarda il pubblico possiamo raccontarvi che all'inizio il clima era piuttosto freddo, ma i giapponesi hanno bisogno di scaldarsi e di trovare qualcuno che gli dia un po' di input...dopo il 3°/4° chilometro erano già tutti carichi e non sappiamo quante mani abbiamo battuto! E soprattutto, nonostante la pioggia a tratti e il vento, nessuno si è mosso!

Noi di maratone per ora abbiamo completato solo New York e Tokyo (oltre svariati pezzi della maratona di Carpi) però pensiamo che possa valere la pena di visitare il Giappone con questa scusa, e che valga la pena di internazionalizzare un po' la Tokyo Marathon che, a oggi, conta solo una misera percentuale di partecipanti non giapponesi.

Speriamo che il nostro breve racconto vi possa aver quanto meno invogliato a partecipare alla tokyo marathon 2010.

Vorremmo infine ringraziare tantissimo Lolo Tiozzo di Ovunque running che ha organizzato la spedizione di italiani ritratta nelle foto a cui ci siamo aggregati da outsider e Andrea e Franco della polisportiva di Saliceta che alla domenica ci sopportano e supportano. Senza di loro non ce l'avremmo fatta! Ciao a tutti, e alle prossime corse!


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SAHARA MARATHON - Il Muro più lungo del mondo (di Pierluigi Sullo)
26 Febbraio 2009

Alla fine sono andato tra i saharawi. Da anni, si può dire da decenni, amici e compagni mi raccontavano i loro viaggi, abbiamo pubblicato molti reportage nonché lo straordinario lavoro di Patrizio Esposito, «Necessità dei volti», costruito con le foto tessera o di famiglia dei soldati marocchini uccisi durante la guerra. Ma vedere è meglio che sentir dire. Ci sono andato con una delegazione del Consiglio regionale del Lazio guidata dal presidente, Guido Milana, e di cui facevano parte altri consiglieri, tra i quali la nostra Anna Pizzo (ciascuno ha pagato il suo biglietto, sia chiaro). Il Consiglio laziale aveva raccolto una certa somma per ristrutturare una scuola, ha inaugurato una classe d'italiano, per la quale fornirà gli insegnanti, e si è impegnato a finanziare la tubatura che consentirebbe di portare l'acqua dai pozzi fino alle case di El Ayoun (o El Aaiun), una delle province della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd). Così, abbiamo conversato con molta gente, incluso il presidente della Rasd, Abdelaziz; abbiamo visitato scuole e altri luoghi sociali; abbiamo attraversato il deserto (non le dune, ma il terreno pietroso delle zone liberate del Sahara Occidentale) fino al famoso Muro marocchino. Famoso? Non poi tanto. I media europei non ne parlano affatto. Eppure è il più lungo del mondo (quasi 2400 chilometri), il più sorvegliato (170 mila soldati marocchini), il più armato (5 milioni di mine) e il più costoso (mantenerlo costa ogni anno, si pensa, quasi 600 milioni di euro). I Muri, come sappiamo, sono simboli forti: a Berlino come a Nicosia, a Tijuana come in Palestina. Ma ignorare un sopruso di queste dimensioni è un simbolo ancora più forte. Pure, da decenni l'Onu dà ragione ai saharawi e cento paesi nel mondo riconoscono ufficialmente la Rasd. Però nessuno di questi paesi è europeo. Nemmeno l'Italia, che pure i saharawi giudicano il loro amico in Europa: i governi italiani hanno sempre votato a favore dei saharawi all'Onu e il nostro parlamento ha impegnato il governo a riconoscere la Rasd. Una piccola breccia nella Ue, dal punto di vista dei saharawi. Eppure, nulla si muove dal 1991, quando la tregua interruppe la guerra e entro due anni si sarebbe dovuto tenere un referendum per stabilire se l'ex colonia spagnola voleva diventare indipendente o restare sotto la sovranità marocchina.

I saharawi aspettano ancora quel referendum. Sarebbe uno scandalo, non fosse che viviamo tutti sotto l'imperio della realpolitik: il Marocco è un alleato prezioso contro l'integralismo islamico e per frenare l'immigrazione «clandestina» dall'Africa, questo pensano i governi spagnolo e francese, e poi nel Sahara Occidentale ci sono i fosfato, la pesca, si cerca il petrolio «off shore»... E dunque la visita che in questi giorni l'inviato dell'Onu sta facendo nella zona non porterà probabilmente a nulla. La nomina del leader libico, Gheddafi, a presidente dell'Unione africana potrebbe suscitare qualche speranza. Il fatto è però che il Marocco e tutti gli altri regimi del Nord Africa sono complici dell'Unione europea. E per la visita di Milana a Abdelaziz, l'ambasciata marocchina in Italia ha perfino protestato.

Perciò, a voler essere realisti, i saharawi lì sono e lì resteranno. A vederli più da vicino, non danno però l'impressione di essere rassegnati o pessimisti, anzi. Quelli che trent'anni fa nacquero come accampamenti di rifugiati, senza nulla (perfino senza uomini, che erano tutti a combattere, ragione per cui a prendere in mano la situazione furono le donne) sono oggi delle città. Di case fatte di mattoni d'argilla cotti al sole, con strade dissestate e polverose, con l'acqua nei cassoni e l'energia ricavata da piccoli pannelli fotovoltaici collegati a batterie, con i bambini che vanno via quando il caldo si fa insopportabile (9 mila in Spagna, 600 in Italia). Ma con le scuole, i negozietti, i campetti di calcio, le case delle donne, le sedi delle istituzioni locali democratiche, e perfino il cinema (intitolato a «Tom Benetollo»). Sono molto poveri, i saharawi, ma hanno una grande dignità. E sono simpatici, allegri perfino. Stare con loro qualche giorno è una medicina ai mal di testa (e di cuore) che i tg ci provocano ogni sera. Perciò abbiamo deciso di fare la copertina di Carta settimanale (esce domani) proprio su questa infinita e scandalosa non-notizia.


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SAHARA MARATHON 09 - Oltre 300 partecipanti provenienti da 13 paesi (di Benedetta Pagotto)
24 Febbraio 2009

Una corsa tra i campi profughi saharawi per ricordare che la questione del Sahara Occidentale rimane irrisolta e che nel deserto algerino continua la resistenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica.

La 9ª Edizione della Sahara Marathon, si é svolta ieri nel deserto vicino Tindouf, dove da oltre trent'anni vive in esilio parte della popolazione del Sahara Occidentale. Più che una competizione sportiva, la corsa è un modo originale per esprimere solidarietà verso questo popolo. Correre la distanza regolamentare di 42,159 km (che si é corsa tra il campo di El Aaiun e quello di Smara) é soprattutto un gesto di amicizia. 
Sul podio é salito l'algerino Zeyani Abderrazagh, mentre numerosi altri atleti sono stati premiati nelle corse di distanze minori (di 21, 10 e 5 km); tra le competizioni anche una corsa dedicata ai bambini. Ma la Sahara Marathon non si limita a questo: i prossimi giorni saranno scanditi da celebrazioni e incontri tra gli ospiti stranieri e i rifugiati. Il 27 febbraio la manifestazione si concluderà con i festeggiamenti ufficiali per il 33° anniversario della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd).
 
La macchina organizzativa di queste giornate é affidata al Ministero della gioventù e dello sport del governo della Rasd, insieme con un gran numero di associazioni di tutto il mondo che già collaborano o partecipano a progetti di cooperazione con i saharawi. Ed é proprio questa solidarietà, cui si aggiungono gli aiuti economici delle organizzazioni internazionali (come PAM, Echo e UNHCR) che rende possibile la vita di questi campi in pieno deserto. Inoltre la maratona permette di raccogliere nuovi fondi, che quest'anno saranno destinati alla costruzione di un centro sportivo per i ragazzi di Dakhla (che dei cinque campi profughi saharawi é il più remoto e meno visitato).
 
I rapporti umani che nascono durante la Sahara Marathon tra persone di provenienza e cultura anche molto diverse, rendono unico questo evento. Ad esempio i maratoneti sono ospitati nelle tende (khaima) dei saharawi ed entrano in contatto diretto con la loro cultura, condividendo anche le difficoltà pratiche del deserto. L' “invasione di atleti” rompe l'isolamento dei rifugiati: la manifestazione sportiva porta divertimento e amicizia (un momento classico di condivisione é il pasta party la sera prima della gara!). Inoltre alcuni campetti da gioco e una palestra, recentemente costruiti, permettono ai più giovani di combattere la monotonia dei campi avvicinandosi allo sport.  
 
Nonostante la partecipazione alla Sahara Marathon di alcuni maratoneti di successo (come gli spagnoli Abel Anton e Martin Fiz) abbia contribuito a far crescere l'attenzione dei media, questo evento é ancora poco noto, soprattutto in Italia. In realtà é la situazione umanitaria dei rifugiati saharawi ad assere poco nota e poco raccontata dai media nostrani, per ragioni principalmente politiche. La sfida di questo appuntamento é dare maggiore visibilità alla causa dei saharawi, mostrando che il loro difficile esilio continuerà fino a quando non sarà realizzata l'autodeterminazione del Sahara Occidentale. Come a dire: per ora la Sahara Marathon si corre sulla terra dei campi profughi (quella precaria, imposta dalla fuga), ma presto o tardi si organizzerà nel “nostro paese”, che vogliamo indipendente e democratico.
 
Lo stallo nei negoziati e il nuovo mediatore

I rapporti I colloqui avviati nel 2007 sotto l'egida delle Nazioni Unite tra Fronte Polisario e Rabat si sono arenati dopo 4 incontri. L'Onu, anche in seguito alle accuse di scarsa neutralità da parte del mediatore olandese Peter van Walsum, coordinatore degli incontri, ha deciso di nominare un nuovo incaricato. Lo scorso settembre, dopo averlo destituito, il Segretario Generale Ban Ki Moon ha nominato il diplomatico statunitense Christopher Ross, che il fine settimana scorso ha iniziato il suo primo viaggio come mediatore  proprio dal Sahara occidentale. Nei prossimi giorni incontrerà anche i vertici di Rabat e di Algeri. 

Per approfondire
Ascolta l'intervista a Lolo Tiozzo, titolare di Ovunque Viaggi di Modena, agenzia che organizza la maratona e Omar Mih, rappresentante del popolo saharawi in Italia.


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SAHARAWI (di Lolo Tiozzo)
23 Gennaio 2009

I Saharawi... ma chi sono costoro?
Quanti di noi conoscono il Sahara occidentale?
Quanti sanno che il Marocco ha invaso nel 75 questa terra e ha creato un muro in pieno deserto di circa 2.500 Km?
Quanti sanno ....??
Ma questa domanda la si può fare all'infinito e non  solo per il popolo Saharawi.
 
Dal 20 al 29 febbraio ho passato una settimana in un campo profughi nel Sud dell'Algeria per fare una maratona nel deserto
                      per un gesto di solidarietà
                      per correre sulle dune
                      per allontanarmi dalla finzione
                      per .......
 
Le ragioni che erano alla base della mia scelta di andare oltre Tindouf erano infinite ma su tutte pesava l'incognita della " non memoria ". Mi spiego meglio: Ho viaggiato in lungo e in largo per il mondo  dalle montagne del Caucaso  al Deserto australiano, dalla foresta amazzonica alle cime del Nepal ma sempre ero un bel turista, se vogliamo, un viaggiatore consapevole e attento ma di una settimana in un campo profughi non avevo "memoria".
 
Qui succede una cosa semplice e impossibile nell'altro mondo (che è poi il nostro!!) qui ci si aiuta, ci si vuol bene, si presta attenzione all'altro, lo si ascolta, si dà spazio al tempo. Il tè è il simbolo della vita, dell'amore e della morte ma anche segno di accoglienza di affetto di tempo per stare, per stare insieme.
Le case o tende sono assolutamente spoglie. L'essenziale interno/esterno che ti fa guardare dentro e ti toglie dalla mente tutte le suppellettili della tua vita.
 
Una sola settimana per vedere la luna e le stelle, per vedere il buio della notte, per vedere il sorriso dei bimbi e la speranza negli occhi di tutti.
 
La maratona nel deserto ha avuto per me un grandissimo valore ma se dentro di me c'è il desiderio di ritornare lo devo alla forza di un popolo che vuole tornare nella sua terra.


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MARATONA DI NY 2008 (di Bruno Nicolussi Mozze)
23 Gennaio 2009

Pensavo che l’attesa di un evento, sentito da lungo tempo e raccontato da altri come unico del suo genere, non deve essere vissuta come lunga ed interminabile seppure l’intertempo fra decisione di parteciparvi e lo svolgimento dello stesso è molto lungo. Quest’attesa deve invece essere assaporata al massimo per gustare l’atto finale come un compimento di soddisfazione conclusiva che chiude un periodo preparatorio impegnativo e finalizzato alla massima soddisfazione possibile qualunque sia il risultato conseguito.

Sto parlando, naturalmente, della Maratona di New York.

Beh, devo dire che l’evento ha confermato di meritare tutto ciò, ma non solo, sarebbe davvero riduttivo confinarlo all’interno di un inizio ed una fine; anche ora, a più di un mese di distanza, sto ancora gustandomelo, lo racconto ad ogni occasione, mi trovo a commentarlo con gli amici che lo hanno vissuto con me e che alla pari ci ha divertito ed appassionato.

Sembra che l’idea della trasferta a New York sia nata per caso, durante una cena fra colleghi “atleti” del GS Valsugana all’Happy Days, in realtà chissà da quanto tempo ci pensavamo in cuor nostro. La proposta buttata lì, quasi con timidezza, non ha trovato nessuno impreparato, il gruppetto che poi si è confermato si era già concretizzato: io, Roberto, Maria Pia, Enrica, Paolo e Milena, in un secondo tempo si è aggregata Alda. Era un anno fa.

Subito al lavoro per assumere informazioni e preventivi, insomma, ora che abbiamo deciso bisognava finalizzare, e anche abbastanza in fretta perché i pettorali disponibili andavano a ruba, per la trasferta nella Grande Mela non c’era mica tanto tempo da perdere. Abbiamo definito con l’Agenzia Pichler di Bolzano, una scelta più che soddisfacente.
Dicevo dell’attesa, non è trascorsa senza notizie, giri di e-mail e incontri preparatori che si sono susseguiti fra Agenzia Pichler e noi podisti e che hanno trasformato l’attesa da un semplice lasso di tempo in una porzione fattiva della manifestazione.

Ed è arrivato il giorno di partenza per gli USA; già in pullman e poi in aereo avviene la fraternizzazione con i colleghi altoatesini, più che singoli o squadre di più società sportive, ci siamo trovati come unico gruppo compatto, noi rappresentanti del GS Valsugana Trentino e loro del SudTirol Team ci siamo fusi in un’unica compagine sportiva che poi avrebbe condiviso in tutto e per tutto le emozioni della trasferta.

Complice anche il fuso orario, l’ambientazione è stata subito attiva e, naturalmente, positiva, cioè poco sonno e tanto assaporamento del clima Newyorkese, è vero, una città che non dorme mai, e noi volevamo attingerne subito appieno l’immensa vitalità, non era difficile.

Venerdì il rito del ritiro dei pettorali e del sacco gara, la gara non è ancora iniziata ed è già tutto molto bello, le foto con il numero di partecipazione bene in vista, la prova della maglietta ufficiale (perché si poteva cambiare se la taglia proposta non andava bene), la visita agli stand e l’immancabile acquisto di materiale tecnico (eh si, comperato a New York).
Sabato mattina partecipiamo al Friendschip Run con arrivo al Central Park così l’ingresso alla manifestazione è sportivamente ufficializzato, migliaia di concorrenti per una non competitiva di qualche chilometro (circa 15.000 atleti, tanto per fare raffronto, tanti come alla maratona di Roma 2008) degno preliminare alla gara del giorno dopo. E poi qualche foto sugli spalti predisposti ad accogliere il pubblico d’elite che saluterà i maratoneti al loro arrivo al Central Park.

Già, il Central Park, un gran tappeto verde fra la 5^ e l’8^ Avenue e fra la 59^ e la 110^ Streets, una manna per uno che è anche appassionato foto naturalista, i procioni che si avvicinano quasi a voler salutare questi nuovi momentanei coinquilini, gli scoiattoli che si aggirano fra gli alberi sui prati ammiccando vicinissimi ed accettando qualche briciola di pane; poco lontano le torri scintillanti si rispecchiano con le loro snelle pareti vetrate nei cristallini laghetti del parco; tutto reale, tutto vero.

Arriva domenica, il fatidico giorno della gara: appuntamento alle 6 dagli alberghi per la zona della partenza alla base del mitico ponte di Verrazzano, il freddo è intenso, l’aria pungente, ma eravamo preparati. La perfetta organizzazione ci aveva fatto procurare gli indispensabili cartoni sui quali sedersi durante l’attesa della partenza, gli stessi cartoni che poi son serviti anche per riparaci dal vento. Alcuni di noi son partiti alle 9,40 io e altri alle 10,00, bisognava aspettare ma non ci siamo stufati; battute, barzellette, fotografie, commenti e previsioni sportive, ci hanno fatto trascorrere altri momenti coinvolgenti. Poi ci siamo persi di vista, ognuno col suo pettorale nel proprio settore di appartenenza. Prima della partenza ci eravamo detti che il tempo di gara non è importante, a New York basta la partecipazione … ma, gara è gara, sempre e dovunque. Il tempo lo commenteremo poi, ora pensiamo a correre.

Però qua il correre non è un semplice muover di gambe, un respirare a volte affannoso, un semplice soffrire, un comune andare in crisi, un gioire che è pure normale; è soprattutto un vivere un’emozione unica indescrivibile, è partecipare ad una corsa inscindibile da tutto quanto si trova attorno. La Città, nei giorni precedenti caotica, frenetica, impegnata, dispersiva; quella stessa Città è ora tutta tua, nostra, siamo noi la Città. La gente, anzi no, le Genti di molteplici nazionalità e razze ti stanno attorno, in doppia fila o più, ordinati ai bordi delle larghe strade da noi affollate non smettono mai di incitarti, le bandiere sventolano, i cartelli di richiamo troneggiano sopra le teste, gli incitamenti ti arrivano alle orecchie e ti entrano in corpo.

Io soffro il freddo, mi fanno male i polpastrelli delle dita, l’aria fredda mi graffia le braccia (meno male che ho messo i pantaloni lunghi), ma i brividi che mi trasmette la folla inneggiante hanno la meglio, mi sfiorano la schiena e mi entrano nel cervello … che bello.

Mi tengo sulla destra per battere il cinque ad una miriade di bambini di tutti i colori che preparano le mani in attesa della pacca, quasi fosse il tocco di chissà quale campione o personaggio famoso, invece sono solo uno fra i tanti quarantamila, ma il bello è proprio questo, proprio perché sono lì a fare parte integrante di quei quarantamila. Stupendo.
I concertini colorati e multietnici posti sui marciapiedi erompono le loro musiche, tutte diverse fra loro: rock, pop, blues, jazz, e chissà quante altre ancora, tutte per noi. Coinvolgente.

La scritta ITALIA sulla canottiera attira gli incitamenti personalizzati: “forza Italia”, “mangia mangia”, “dai spaghetti” ecc. Lo stesso fanno gli altri con le altrui nazionalità. E tutto ti gira attorno e tutto ti si convoglia addosso. Sensazionale.

Non mi fermo mai, ma il freddo mi limita la velocità e poi, se non voglio rischiare di slogarmi una spalla, devo anche smettere di scambiare le battute del “cinque” perché è vero che mi scaldano la mano (sempre la stessa) ma ci sono dei ragazzoni che esagerando nella foga ti appioppano delle belle botte; così mi sposto al centro della corrente umana, in quel flusso continuo e compatto ove mi riesce difficile cambiare ritmo. Non si tratta di una semplice marea umana, siamo tanti singoli accumunati in questa mitica importante avventura, siamo il popolo della New York Marathon.

Passiamo per tutti i cinque distretti di New York: Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx, e Manhattan, l’avevamo studiato bene il percorso prima, ora, almeno per me, non c’è più tracciato che tenga, mi guardo attorno e avverto le contraddizioni tipiche della città e dei suoi abitanti, tutte rivolte a noi; e mi accorgo quanto mi mancano (le Genti) quando percorro la salita di quel lungo ponte di ferro, il Queensboro Bridge,  tra il 15° e 16° miglio, dove il pubblico non può sostare, eh si, fatica doppia.

Arrivo al Central Park, stanco, ancora infreddolito, ma quanta gente … è già finita? Vien quasi da dire “purtroppo” si. Ecco la medaglia, non la guardo nemmeno, mi basta averla al collo per la conferma dello scontato “c’ero anch’io”; poi il telo antigelo ed una mela, eh no una sola non basta, troppo buona la mela di New York me ne faccio dare due per divorarle letteralmente, che gusto mangiare la mela nella Grande Mela, non l’avrei mai immaginato. Ah, dimenticavo, all’arrivo c’era anche il cartello luminoso con il tempo ufficiale, l’avevo anche bloccato sul mio cronometro GPS da polso, un dettaglio.

Nel pomeriggio/sera ci troviamo per raccontarci le vissute esperienze, a commentare i risultati, siamo andati tutti bene, magari soffrendo chi più chi meno, ma tutti concludendo soddisfacentemente la gara.

Abbiamo vissuto anche belle esperienze di contorno, ma è incredibile come: la festa di Halloween, la visita sull’Empire State Building, il giro nel Bronx, l’intrattenimento con i nostri connazionali nella Little Italy del Bronx, la visione teatrale dello spettacolo dal vivo di “Mamma Mia” sulla Broadway, il giro metropolitano con il torpedone, la toccante esperienza per la vista di Ground Zero, la visita alla illuminatissima Times Square, la camminata in Central Park, l’esperienza di un’abbuffata americana e dell’assaggio degli ottimi Hot Dog, insomma tutto il vissuto nella “The Big Apple” (La Grande Mela), siano stati (per me almeno) una sorta di accadimenti, pur interessanti, ma accessori, a quella emozionante e, mi ripeto, indescrivibile esperienza qual è la Maratona di New York.

Giorni davvero stupendi, passati assieme ad una bella compagnia: Paolo Oss Pinter, Milena Oss Cazzador, Roberto Oss Emer, Maria Pia Pintarelli, Enrica Oss Emer, Alda Petraroli, gli amici Altoatesini guidati da Martin Pichler coadiuvato da Hermann Achmuller (che ovviamente hanno coordinato anche noi Perginesi).

Mi auguro di poter rivivere ancora una simile esperienza e magari in un futuro non troppo lontano.

Non vorrei aver deluso chi, da questo scritto, si aspettava un po’ più di cronaca, forse mi son lasciato prender la mano, anzi l’anima, ma questa non è una gara come tante altre, ne respiri l’ansia, ne senti il profumo, l’odore ti pervade il corpo, le sensazioni ti sfiorano la pelle, ho cercato invece, inevitabilmente personalizzando ma spero non troppo, di scrivere quanto ho provato pensando che anche gli altri, almeno in parte, lo hanno provato.
Bruno Nicolussi Mozze


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VIDEO NEW YORK CITY MARATHON
08 Gennaio 2009

Ho visto il video della maratona di New York. Bellissimo!!!


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ING NEW YORK CITY MARATHON 2008
MARATONA DI BOSTON 2009
MARATONA DI LONDRA 2009
MARATONA DI NEW YORK 2009
MARATONA DI TEL AVIV 2009
MARATONA DI TOKYO 2009
SAHARA MARATHON 2009
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